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Hotel e storie miscelate

I bar degli hotel sono da sempre luoghi ammantati di energia propria, simboli di ospitalità di eccellenza. E nel corso dei decenni hanno dato vita a cocktail o leggende che vale la pena di assaggiare almeno una volta.

Il Natale è ormai alle porte, e i tradizionali festeggiamenti in famiglia sono già marcati in calendario. C’è però chi, avendone la possibilità (o magari solo il comprensibile desiderio di essere lontano dai propri parenti), ha scelto le feste di fine anno per un viaggio oltreconfine. Ebbene, qualora foste ancora in cerca di una sistemazione o di una tappa responsabilmente alcolica per il vostro viaggio, sappiate che sparsi per il mondo potete trovare alberghi che hanno letteralmente fatto la storia della miscelazione. Tanto da trasformarsi più in luoghi di pellegrinaggio, che di (oggettivo) buon bere, ma una volta lì, mancare una visita sarebbe un peccato.

Savoy Hotel – Londra
Chi della miscelazione ha fatto la propria professione, e si spera la propria passione, sa che il lobby bar del Savoy di Londra occupa un posto senza paragoni sulla cartina del bere mondiale. Il bartender dell’epoca, Harry Craddock, nel 1930 mandò alle stampe il Savoy Cocktail Book, raccolta di 750 ricette cristallizzatasi come Bibbia del bartending contemporaneo: è di fatto in questo volume (che va detto, a tratti copia sfacciatamente pubblicazioni precedenti ma di non altrettanto successo) che affondano le radici delle miscele di oggi.

E a tornare ancora più indietro nel tempo, si scoprono ulteriori pietre miliari: nel 1925, la prima head bartender donna (cosa pressoché impensabile per l’epoca), Ada Coley Coleman, mise la sua firma sul cocktail Hanky Panky, realizzato per l’attore sir Charles Hawtrey e forte di una minuscola dose dell’italianissimo Fernet Branca.

Raffles Hotel – Singapore
In un momento indefinito nel primo ventennio del Novecento, il cinese Ngiam Tong Boon del Long Bar al Raffles Hotel di Singapore, mise in menù uno Straits Sling, dalla denominazione con cui era conosciuta Singapore all’epoca – Straits Settlements. Nella seconda metà degli anni Venti si verificò la definitiva mutazione del nome, e cominciò la vera e propria Odissea di quello che oggi è noto nel mondo come Singapore Sling.

La versione originale e i relativi ingredienti, infatti, è andata ufficialmente perduta, e quella che ancora oggi viene servita al Raffles è una ricetta che risale al 1936 (circa venticinque anni dopo la creazione del drink): quando, cioè, un cliente del bar chiese effettivamente le dosi degli ingredienti e le scrisse su di un tovagliolino. Gin, liquore alla ciliegia, triple sec, succo d’ananas, DOM Benedictine, granatina, soda; ai limiti della sopportazione diabetica, ma sorseggiarlo al bancone di mogano del Long Bar (rinnovato da pochissimo), nel bicchiere con logo divenuto icona, dissiperà i vostri dubbi.

Caribe Hilton – San Juan, Puerto Rico
“If you like Piña Coladas”, chiedeva Rupert Holmes nella sua mitica Escape, del 1984: brano orecchiabile come pochi (unico vero successo da cantante, per quanto Holmes sia divenuto poi eccellente librettista), racconta le vicissitudini di una coppia prima annoiata, poi ritrovatasi grazie a un annuncio sul giornale che invocava, appunto, la spumosa miscela di rum, crema di cocco e succo d’ananas.

Per voi che vi troverete spiaggiati all’ombra delle palme portoricane, sappiate che la Piña Colada venne creata lì, al Beachcomber Bar del Caribe Hilton di San Juan: la paternità del cocktail è contesa tra tre bartender che nel 1954 si alternavano al banco, ovvero Ramòn “Monchito” Marrero Pérez (il più accreditato), Ricardo Gracia e Hector Torres. A prescindere dalla diatriba, la Piña Colada è entrata nell’immaginario generale come uno dei cocktail tropicali per eccellenza: fondamentale il contributo del brand Coco Lopez, che spaccò il mercato con la propria crema di cocco a inizio anni Cinquanta, e l’intuizione commerciale dell’utilizzo del blender. Ancora oggi, senza frullatore, è pressoché impossibile ottenere la sontuosa cremosità di un cocktail troppo spesso bistrattato.

Ritz – Parigi
Già soltanto attraversare Place Vendome e fare il proprio ingresso al Ritz sarebbe valevole di Sindrome di Stendhal. Capita, in più, di poter tranquillamente sedere ai tavolini retro dell’Hemingway Bar, che ha anche un ingresso separato e occupa uno degli angoli al piano terra di questo immenso albergo, la cui storia è troppo densa e conosciuta, per essere raccontata ancora. Meno nota ai più è l’importanza che il Ritz ha avuto nella storia miscelazione, e viceversa: negli anni Trenta fu Frank Meyer a gestire le operazioni, finendo con il mettere sul mercato il proprio personalissimo libro, The Artistry of Mixing Drinks, colonna portante della letteratura di settore.

Nel 1994 è toccato a Colin Fields prendere il timone: inglese di nascita, cosmopolita per discendenza e vocazione, ha gestito il programma d’ospitalità liquida dell’albergo fino all’inizio del 2023, quasi trent’anni di carriera che lo hanno visto servire “tutti i James Bond”, come dice lui stesso, e una vagonata di very important people (Kate Moss ha avuto anche un cocktail dedicato in menu). Il nome del bar è ovvio omaggio a uno dei più grandi bevitori della storia (certo, anche Premio Pulitzer e tutto sommato non pessimo autore): basta accomodarsi qui per un tuffo nella storia e nell’eccellenza.

Hotel Nacional – Cuba
C’erano un Presidente degli Stati Uniti, Marlon Brando e i peggiori mafiosi del mondo. Non tutti insieme, e non tutti nella stessa barzelletta. L’Hotel Nacional de Cuba aprì nel 1930: gioiello assoluto per esposizione sull’oceano, la pianta a doppia croce greca e il colonnato in Art Deco. Ora sarà per l’aria gradevole di Vedado, il quartiere del business de L’Havana dove l’albergo si staglia, sarà per i sigari o per le auto d’epoca: l’hotel divenne da subito tappa fissa, quando non addirittura residenza per i personaggi più influenti del mondo, lucente o oscuro che fosse.

Nel ’46 ospitò la famigerata Conferenza de l’Havana, summit delle famiglie mafiose statunitensi poi ritratto nel secondo film de Il Padrino: la lista degli invitati declamava Lucky Luciano, Santo Trafficante, Albert Anastasia e qualche altro angioletto. Frank Sinatra cantò per loro (davvero) e tornò al Nacional per scopi meno loschi; prima e dopo di lui Rita Hayworth e Marlon Brando, Ernest Hemingway (ovvio, è Cuba), Jean-Paul Sartre e centinaia di altre anime eccelse.

Dal 1998 l’albergo è patrimonio UNESCO, grazie anche alla presenza degli ultimi cannoni della batteria di Santa Clara (XIX secolo) sulla collina adiacente, mentre il barman Henry P. Taylor ha consegnato alla storia il drink dedicato al palazzo: rum (ma no?), succo di lime, succo di ananas e un goccio di brandy all’albicocca. Una proposta che non si può rifiutare.

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